domenica 1 aprile 2012

DIONISO (BACCO)


Misterioso e potente, ambiguo e minaccioso, Dioniso (identificato dai Romani con Bacco e dagli Etruschi con Fufluns) impersonava la forza generatrice della Terra, da cui dipendevano i raccolti dei campi e la stessa affermazione della civiltà. Era quindi un dio benefico che però, in quanto espressione delle forze primigenie del cosmo, aveva anche un lato oscuro, che si esprimeva nell’ebbrezza e nel delirio mistico.
Gli autori greci reputavano Dioniso il dio straniero per eccellenza, in quanto nella sua figura confluivano elementi ereditati dalla cultura asiatica e mediorientale. Eppure, già in epoca classica, la devozione che lo circondava era quasi pari a quella di Zeus. Una fama legata al suo ruolo di dio del vino, ma anche alla certezza che, tramite il suo culto, fosse possibile entrare in contatto con l’aldilà.

GENEALOGIA DI DIONISO

Le notizie sulla nascita di Dioniso sono intricate e spesso contrastanti. Tutti convengono sul nome del padre, Zeus, mentre la madre varia a seconda degli autori e delle tradizioni mitologiche. C’è chi la identifica con Demetra, la dea della Terra, chi con Persefone, la regina degli Inferi, e ancora chi con Io, una sacerdotessa di Argo consacrata ad Era. Tuttavia l’ipotesi più accreditata tra gli antichi mitologi resta quella che attribuisce la maternità di Dioniso a Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe, e di Armonia, nata dalla passione tra Ares e Afrodite. Amata con grande trasporto da Zeus, la bellissima Semele suscitò il desiderio di vendetta di Era, gelosissima moglie del signore degli dèi, che sotto mentite spoglie la indusse a chiedere al marito di mostrarsi a lei nella sua forma divina. Invano il re dell’Olimpo tentò di dissuaderla. Semele insistette e Zeus, che le aveva promesso di esaudire ogni suo desiderio, le si presentò come dio del fulmine, incenerendola. Il padre degli dèi, tuttavia, salvò dall’incendio il piccolo che Semele teneva in grembo, e che i fulmini del padre avevano reso immortale. Così Dioniso poté sopravvivere alla madre e più tardi, quando era adulto, la liberò dagli Inferi, conducendola con sé sull’Olimpo dove Semele assunse il nome di Tione.

NATO DUE VOLTE

Dioniso era soprannominato dagli antichi “il nato due volte”: egli, infatti, era venuto una prima volta alla luce subito dopo la morte della madre, quando Zeus, estraendolo prematuro dal corpo di Semele, se lo era cucito in una coscia e lo aveva portato con sé sull’Olimpo. Più tardi il dio nacque di nuovo, uscendo già formato dalla gamba del padre, e subito Ermes lo affidò alla sorella di Semele, Ino, affinché lo allevasse. Nel consegnarlo alla donna, Ermes si era raccomandato con lei che crescesse e vestisse il piccolo Dioniso come una bimba, perché solo così egli avrebbe potuto sottrarsi alla vendetta di Era, che odiava tutti i figli adulterini di Zeus. Lo scrupolo della donna nel seguire i consigli di Ermes non bastò tuttavia a sviare Era, che scoprì l’inganno e, incollerita, rese folli Ino e il marito Atamante. Preoccupato per la sorte del figlio, Zeus trasportò allora Dioniso sul monte Nisa, fuori dalla Grecia, dove uno stuolo di ninfe lo allevò amorevolmente fino all’adolescenza (ma alcune versioni del mito collocano questo episodio prima di quello di Ino). Una volta adulto, Dioniso scoprì l’arte della coltivazione e della preparazione del vino; Era però lo fece impazzire e il dio, fuori di sé, iniziò a vagare di regione in regione, fino a quando Rea, la Grande Madre, non lo purificò dalla follia e gli svelò il segreto della sua natura divina.

LICURGO SQUARTATO

Dopo l’incontro con Rea, Dioniso si recò in Tracia, dove Licurgo, il re della regione, litigò con lui e imprigionò alcune Baccanti, le donne che scortavano il suo carro regale. Per vendetta Dioniso fece impazzire il re, che si amputò una gamba scambiandola per una vite e poi fu squartato dai suoi sudditi, esasperati dalla interminabile carestia che affliggeva la regione.


VIAGGIO IN INDIA

Dalla Tracia Dioniso si spinse fino in India, paese che convertì al suo culto con una spedizione per metà militare e per metà religiosa. In seguito ritornò in Grecia, e ad Argo punì le donne che si rifiutavano di adorarlo obbligandole a percorrere le campagne muggendo come se fossero mucche.

LA MORTE DI PENTEO

Di ritorno dall’India, Dioniso passò anche da Tebe, sua città natale, dove introdusse i Baccanali, feste orgiastiche durante le quali l’intero popolo, ma soprattutto le donne, era posseduto da un delirio mistico. Penteo, re di Tebe, si oppose in ogni modo alla diffusione di questo culto, che riteneva pericoloso e immorale. Nulla però poté contro il volere del dio, che lo punì della sua ostilità facendolo smembrare vivo dalla madre Agave e da altre Baccanti in preda a estasi orgiastica.

IN OSTAGGIO DEI PIRATI

Nel corso del suo lungo pellegrinaggio attraverso la Grecia, Dioniso visse anche l’esperienza di essere fatto prigioniero dai pirati. Accadde quando il dio, volendo recarsi a Nasso, chiese a un gruppo di pirati tirreni di trasportarlo sull’isola. Questi finsero di accondiscendere alla richiesta di Dioniso ma poi, una volta a bordo, fecero rotta verso l’Asia, con l’intenzione di vendere l’illustre passeggero come schiavo. Il dio compì allora uno dei suoi più straordinari prodigi: dopo essersi tramutato in leone, trasformò l’albero e i remi della nave in serpenti, mentre un’immensa edera avvolgeva su ogni lato la nave e dal mare giungeva il suono di flauti invisibili. In preda al terrore, i pirati si gettarono a mare, e di certo vi sarebbero annegati se, impietosito, il dio non li avesse trasformati in delfini. Nacque così l’amicizia di questi mammiferi marini verso gli uomini: essi infatti sanno di essere stai graziati da Dioniso e, riconoscenti, cercano di sdebitarsi soccorrendo i naviganti in pericolo. Dopo questa dimostrazione di potenza, la divinità di Dioniso fu accettata ovunque ed egli poté ascendere all’Olimpo, avendo concluso con successo la missione di diffondere il proprio culto in tutta la Grecia.

L’INCONTRO A NASSO

La figura di Dioniso è legata a un episodio marginale, ma spesso raffigurato in pittura, della saga cretese del Minotauro. Dopo che Teseo ebbe ucciso l’uomo-toro, fuggì  da Creta insieme ad Arianna, la figlia di Minosse, re dell’isola. La fanciulla aveva aiutato l’eroe ateniese nell’impresa, fornendogli il filo con cui orientarsi nel Labirinto, e non poteva quindi più restare a Creta, dove tutti, a partire dal padre, l’avrebbero accusata di tradimento. Del resto era innamorata di Teseo e, prima di concedergli il suo aiuto, si era fatta promettere che, a cose fatte, l’avrebbe portata con sé in patria. I due, dunque, stavano navigando verso l’Attica quando, giunti davanti all’isola di Nasso, decisero di farvi scalo. Sbarcarono, e insieme al resto dell’equipaggio, vi si accamparono per la notte. Ma al risveglio Arianna scoprì che Teseo e tutti i suoi compagni erano già salpati. Disperata, tentò con ogni mezzo di richiamare la nave, di cui ancora scorgeva all’orizzonte le vele. Inutilmente. Senza più speranze, Arianna si accasciò piangendo nell’accampamento, e proprio in quell’istante sbucò dalla foresta un grande carro trainato da pantere e seguito da donne seminude. Era il corteo di Dioniso che, vista la fanciulla, se ne innamorò e le chiese di seguirlo sull’Olimpo. I due si sposarono davanti a Zeus e, come regalo di nozze, Dioniso donò alla moglie un diadema d’oro, opera del dio del fuoco Efesto. Il loro fu un matrimonio felice, allietato dalla nascita di quattro figli, tra cui Stafilo, uno degli Argonauti, e Toante, re di Lemno. Ma secondo alcune tradizioni mitologiche, Arianna tradì ripetutamente il marito, tanto che questi, esasperato, ordinò infine alla dea della caccia Artemide di ucciderla.


IL PROTETTORE DELLA TRAGEDIA

Già gli antichi collegavano a Dioniso l’arte tragica, della quale era considerato il protettore. In realtà, a parte Le Baccanti di Euripide, non sono molte le tragedie greche sul dio giunte fino a noi. La maggior parte degli storici concorda però nell’identificare i riti dionisiaci come l’ambito privilegiato in cui nacque la rappresentazione teatrale, nella forma particolare del dramma satiresco. Al di fuori del teatro, Dioniso compare (con il suo nome latino) nella Canzone di Bacco di Lorenzo de’ Medici, nel Bacco di Jean Cocteau, nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Anche le arti plastiche hanno spesso reso omaggio al dio, sulla scia di Michelangelo che, nel 1497, lo rappresentò come un giovincello infemminato. In pittura, infine, sono curiose le raffigurazioni del trionfo di Bacco di area fiamminga, dove spesso il dio ha l’aspetto di un grasso beone.